20 dicembre 2002

IL LINGUAGGIO DELLA POESIA Festival di poesia e lingua dialettale del Basso Lazio

Aldo Iorio (Roccasecca), Romano Filancia (Roccasecca), Franco Colella (Casalvieri), Vincenzo Minicilli (Casalvieri), Fulvio Cocuzzo (San Donato), recitano poesie dialettali del Basso Lazio e porranno a confronto parole di uso comune. La Prof.ssa Floriana Ciccodicola dell’Università di Cassino porrà a confronto le differenze di idioma e linguaggio. Con la partecipazione del Coro Gospel “Joyful” di Roccasecca.

 

 

 Intervento della Prof.ssa Floriana Ciccodicola dell’Università di Cassino

 

BREVE NOTA SULLA POESIA POPOLARE

 

 

Definire la poesia popolare è complicato, poiché si tratta di un problema molto complesso che ha impegnato tutta la riflessione demoetnoantropologica. Si deve dire con il filosofo napoletano Benedetto Croce che: 

“ Nella moltissima ‘letteratura’ che tratta della poesia popolare, accade d’incontrare non di rado la confessione e l’ammissione: che è bensì facile parlare di “poesia popolare”, e più o meno intendersi circa le opere che le appartengono, ma assai difficile “definirla”; tanto che val meglio non entrare nell’impiccio e tirar via ” - cfr. B: Croce, Poesia popolare e poesia d’arte (1929) -. 

L’atteggiamento romantico sosteneva la teoria che fosse creazione collettiva e che in essa si esprimesse l’anima di un popolo; questa posizione è stata affermata da filologi come Méndez Pidal, Barbi e Santoli, “i quali consideravano popolare quella poesia nella quale è intervenuta una elaborazione popolare o comune”.

Con più matura riflessione la corrente idealistica e neo-idealistica ha sostenuto che non vi è sostanziale differenza tra poesia popolare e poesia d’arte, infatti, entrambe sono riconducibili a singole individualità.

 La nascita collettiva dei fatti folklorici e più specificamente dei canti popolari è stata affermata in periodo romantico e positivistico in termini molto generici e imprecisi: quando non ci si è limitati al semplice ricorso a espressioni ambigue come “anima popolare”, “spirito dei popoli”, “genio delle nazioni”, si è concepito uno stadio psicologico privo di differenziazioni individuali, e, dunque, tale che i prodotti attribuibili ad un individuo non sono in sostanza diversi da quelli di ciascun altro. Tale prospettiva viene a negare che la radice di ogni concreta espressione scaturisce dalla fantasia del singolo individuo, si viene ad affermare, con enorme passo indietro rispetto al Cratilo di Platone, l’origine delle espressioni poetiche popolari in una notte dove “tutti i gatti sono bigi”; mentre il grande filosofo greco metteva all’origine di ogni invenzione umana la presenza di una personalità eccezionale che era in grado di mettere il nome alle cose; pensiamo all’onomatoteta=nomoteta, poiché dare il nome alle cose è attività analoga a dare le leggi ad una comunità.

Gli studiosi più attenti hanno messo in evidenza ciò che aveva affermato Platone 500 anni prima: la poesia popolare è creazione individuale. Essa passa di bocca in bocca, è “fatta e rifatta”; non conosciamo chi l’ha creata, come, del resto, avviene, per migliaia di invenzioni, - ricordiamo a questo punto ciò che affermò il filosofo inglese Robin G. Collingwood ne Il nuovo Leviatano,  opera tradotta in italiano per i tipi della casa editrice Giuffé da Luciano Dondoli, a proposito del nodo di bolina-, essa viene adottata dai membri di una comunità ed avviene quello che i linguisti chiamano la grammaticalizzazione dell’innovazione.

Affermare che sia una creazione individuale è, del resto, il modo per spiegare e comprendere le modificazioni e le innovazioni, come hanno spiegato i rappresentanti dell’idealismo, del diffusionismo e quelli degli indirizzi storico-culturali. Le varianti sono più numerose nella poesia orale, perché non c’è stato un fissamento con la scrittura o con altri mezzi oggi disponibili, come nastri magnetici, riprese video ecc. Per quello che riguarda i mutamenti ed i calchi linguistici viene ad essere il rapporto tra genio e gusto, perché il gusto ha bisogno di un modello per dare vita a sue espressioni.

In questo affermazione si evince il rapporto tra genio e gusto, perché il gusto segue il genio, perché ha bisogno di un modello.

A questo proposito voglio ricordare Ia teoria dei sentieri di Fredrich von Hayeck, il quale afferma nel suo volume L'abuso della ragione:

“ In principio, ciascuno cerca per proprio conto quello che ritiene il tracciato migliore. Ma, per il semplice fatto di esser e già stato percorso una volta, un sentiero risulta, verosimilmente, più facile da percorre e, quindi, diventa più probabile l’ulteriore sua utilizzazione; e così, gradualmente, emergono percorsi dal tracciato sempre più netto, che finiscono con l’essere utilizzati in luogo di altri percorsi possibili. I movimenti umani in quella zona tendono a conformarsi a un bern definito modello che, benché sia il risultato di decisioni prese da un certo numero di persone, non è stato tuttavia coscientemente progettato da nessuna. Questa spiegazione di ciò che è avvenuto in quel caso costituisce una elementare “teoria” applicabile a centinaia di casi concreti particolari; e non è certo l’osservazione del concreto formarsi di qualche particolare sentiero, e, ancora meno di molti sentieri che rende plausibile questa spiegazione, bensì invece la nostra conoscenza generale del modo in cui i nostri simili (e noi al pari di essi) si comportano nella particolare situazione in cui vengono a trovarsi quando constatano che devono aprirsi una via, e finiscono poi col trovarsela costruita grazie all’effetto cumulativo dell’azione di tutti ” - Cfr. anche, L. Dondoli, La formazione di un ordine non programmato, in “ Storia, antropologia e scienze del linguaggio ”, a. VII, fasc.1, Bulzoni, Roma, 1992.

La creazione individuale, cominciata con un’attività spirituale, si esercita — come afferma il Toschi - perennemente, per mezzo delle infinite modificazioni, elaborazioni, ricreazioni e anche nell’eliminazione definitiva di tutto ciò che più non risponde alle necessità pratiche e spirituali della collettività e si può dire che incomincia nella stessa scelta dei singoli canti.

Non possiamo attardarci su questa complessa questione su cui si sono scritti fiumi di volumi è chiaro a me sembra che la creazione individuale riguarda sia la poesia popolare come quella d’arte. Siamo certi che ogni fatto culturale sia una creazione individuale socialmente accettata, perché ritenuta la migliore e che ci serve a capire le cose.

 Dati questi presupposti è chiaro che la discesa della poesia popolare non viene negata; la sua accettazione e assimilazione da parte del popolo non è concepita come una corruzione o passività, né è intesa come unica fonte, poiché viene riconosciuta l’azione esercitata da essa sui gruppi sociali in cui è presente e si diffonde, nelle diverse epoche storiche, perché esprime sentimenti, concezione del mondo presenti nell’immaginario collettivo. Nello stesso tempo non si nega il procedimento inverso, afferma Paolo Toschi, uno dei maggiori folkloristi italiani, “un moto ascendente di forme, di creazione, di gusti che le classi colte e aristocratiche via via hanno attinto dalle classi umili”. I due processi, è, ovvio, non devono essere intesi in maniera schematica, ma compresi nel loro alterno e complesso gioco di svolgimenti e di reciproci influssi.

 Un canto è il patrimonio espressivo di una collettività, rinascendo, sempre uguale e sempre diverso, ogni volta che ogni singolo individuo lo ricanti e lo riempia della sua particolare individualità. La poesia popolare diventa documento vivo della storia di una comunità.

La poesia popolare, continua a dirci il Croce, in Poesia popolare e poesia d’arte, è una forma di arte, siamo convinti che: “ …  la poesia non ammette categorie di nessuna sorta, e, quando è poesia, è poesia … C’è bensì una poesia popolare bella e una brutta (non-poesia), come ce n’è in quella d’arte: … . Ma, dove la poesia popolare è poesia, non si distingue da quella d’arte, e, nei suoi modi, rapisce e delizia. La differenza, dunque, da cercare, e la corrispettiva definizione, sarà soltanto psicologica ossia di tendenza o di prevalenza e non già di essenza … ”

 Essa dunque differisce da quella d’arte per l’atteggiamento psicologico, per cui il rapporto tra poesia popolare e poesia d’arte è come quello tra il buon senso e il pensiero critico, tra l’accorgimento naturale, come afferma Croce, l’accorgimento esperto.

“ La poesia popolare non esprime moti dell’anima che non hanno dietro di sé, come precedenti immediati, grandi travagli del pensiero e della passione; ritrae sentimenti semplici in corrispondenti semplici forme … L’alta poesia muove e sommuove in noi grandi masse di ricordi, di esperienze, di pensieri, di molteplici sentimenti e gradazione di sentimenti . . .  la poesia popolare non si allarga ad ampi giri per giungere al segno, ma vi giunge per via breve e spedita.

Un altro monumento al buon senso che troviamo nella letteratura popolare, secondo il filosofo napoletano, sono come sappiamo i proverbi, tuttavia nessuno, pur “ridicendoli con assenso, li scambierà mai con la serie delle opere della critica, della scienza e della filosofia, con le indagini, le discussioni, i trattati e i sistemi”.

Il valore di una poesia popolare, quando l’espressione è raggiunta, è uguale a quella di qualsiasi altra poesia.

Nella poesia popolare vi sono i generi letterari, stornello, strambotto, motto, la villotta, ma servono solo per orientarci; come ha affermato Dondoli, sono dei segnalibri. I generi hanno solo una funzione pratica.

Chi ritenesse il folklore e con esso la poesia popolare essenzialmente contrapposta alla cultura alta e alla poesia colta sbaglierebbe, perché quello che conta è la capacità di comprendere e la nobiltà che si trovano raramente, sia nella cultura alta che nella cultura popolare. Ho detto raramente perché l’eccellenza è sempre rara, come si vede chiaramente anche , mi consentite di fare un paragone, nella scienza naturale dalle rarità de i metalli preziosi presenti sul nostro pianeta.

Dobbiamo considerare allo stesso modo tutti i prodotti della cultura popolare, poiché sono da ritenersi fatti storici che contengono contenuti dell’immaginario collettivo.

A questo punto è d’obbligo ripensare su ciò che consideriamo folklore e per darne una giusta definizione ci serviamo delle parole di Antonio Gramsci. In Osservazione sul folclore, egli afferma che il folklore è da considerare come “concezione del mondo e della vita” implicita in determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contrapposizione (anch’essa per lo più implicita, meccanica, oggettiva) con la concezione del mondo “ufficiali” (o in senso più largo delle parti colte della società storicamente determinate) che si sono successe nello sviluppo storico.

Il folklore perciò, continua Gramsci, non deve essere considerato come una “bizzarria”, una “stranezza” o un “elemento pittoresco”, ma come un qualsiasi fatto culturale, è sicuramente una “concezione del mondo non elaborata e sistematica …” 

Questa considerazione gramsciana dovrebbe essere riformulata, poiché “oggi è proprio la classe come realtà empirica,- non solo come concetto di “classe”-, che è entrata in crisi, come afferma Dondoli nel suo lavoro L'insegnamento della storia occidentale nell'ora della sua decadenza, grazie al forte aumento del tasso di mobilità sociale, una delle fondamentali caratteristiche della nostra società post-industriale che ha reso più labile e meno percepibile il confine di classe e che porta lentamente alla formazione di un vastissimo agglomerato di gruppi sociali”.

A questo punto assume grande importanza il concetto di cultura utilizzato nelle scienze demoetnoantropologiche: “la cultura, o civiltà intesa nel suo più ampio senso etnografico — scrive Tylor — è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società” - cfr. S. Giusti, Storiografia e antropologia culturale, Edizioni dell’Ateneo; Roma 1983.

Si tratta di una concezione aperta poiché si include in questa definizione qualsiasi capacità acquisita dall’uomo come membro di una società, che esprime bene l’infinita varietà e modi con cui gli individui sono plasmati dalla società, in cui gli individui vivono. Si tratta di quel fenomeno di inculturazione, attraverso il quale le diverse società trasmettono i loro valori ai membri che ne fanno parte.

Da questo ben si comprende come sia diverso il significato antropologico di cultura da quello umanistico, poiché esso è essenzialmente avalutativo. Il concetto elitario di cultura è, infatti, restrittivo e impregnato di etnocentrismo e di eslcusivismo culturale, poiché sono considerati come espressioni culturali solo quelle provviste di un particolare valore, quei prodotti della cultura dominante, escludendo quelli delle classi subalterne. Soltanto alcune manifestazioni del pensiero, alcune opere apparterrebbero, secondo la concezione ristretta propria di certi ambienti letterari, all’ambito della cultura e diventerebbero il nucleo più elevato dalla tradizione di un popolo e degne di essere valorizzate e mantenute. Invece tutte le manifestazioni popolari e colte devono essere giudicate a secondo l’elevatezza dei loro contenuti.

Una particolare attenzione deve essere riservata, visto il tema degli incontri programmati al problema della lingua e dialetto.

Per la distinzione tra lingua e dialetto si, deve dire che si tratta di una distinzione non scientifica secondo il punto di vista dei più avanzati studi di teoria del linguaggio. E’ da ritenere non scientifica, perché ricordando le teorie di Herman Paul, il più teoreticamente dotato della corrente neogrammatica della linguistica tedesca, e in modo specifico ciò che egli ebbe a scrivere in Prinzipien der Sparchgeschichte, l’unico fatto linguistico realmente esistente è l’idioletto, l’uomo che parla nel momento che parla e, quindi, non può esservi nessuna distinzione scientifica tra l’uomo che parla un certo tipo di linguaggio e un altro che parla un altro tipo di linguaggio più colto. Ricordiamoci che c’è un’infinità di livelli di discorso possibili, secondo infiniti livelli linguistici e culturali.

Ciascuno parla secondo modelli linguistici che gli sono più abituali. Chi vive in un piccolo villaggio lontano dalle correnti culturali più raffinate, parlerà nel suo sermone rustico; l’intellettuale raffinato, parlerà una lingua infarcita di latinismi e oggi di anglismi, secondo la moda corrente. I linguaggi specialistici, come del resto, i linguaggi di piccoli gruppi isolati dalle correnti culturali più avanzate presentano notevole difficoltà di effettiva comprensione reciproca.

 

  

Aldo Iorio (Roccasecca), vive a Roccasecca. Insieme a Romano Filancia ha pubblicato un libro di versi in roccaseccano “Faccia tosta” nel 1985, subito esaurito. Nel 2002 con l’Associazione onlus Preta ha stampato un secondo libro ancora in tandem con Romano Filancia “Apparecchie americane sgancia bbombe e se ne va” che ha avuto subito un grande successo fra i suoi concittadini. Aldo nelle sue poesie racconta la sua infanzia, le storie di paese, la sua religiosità. Mai banale, lascia sempre nei suoi versi un interrogativo ed è sempre alla ricerca di una risposta. (www.ciociari.com)

 

 

 

 

ISSE  CHISA’ CHE  SE  CREDEVENE

  

Ce mancava sule gliù rumore

a  st'apparecchie de cartone:

nu telone pe paisaggie,

une pe apparecchie,

du cuffie dente alle recchie

i na cantilena cu la vocca . . .

Apparecchie Americane sgancia bbombe i se ne va !

 

            Ma n’apparecchie de cartone

            quale bbombe adda sgancià !

            I po chisse nen so mica Americane,

            ne gli vide ca so quatte Roccaseccane.

            Caitanine gliù frate de Scere,

            Sulvestre Santore,                              

            Giannitelle Caitanine

            i gliù pilota Braganza Nine.

 

Isse chisà che se credevene

era gliù quarantotte o quarantasette

nen tenevene manche vint’anne

i purtavene scritte 'mpette 'ngoppa a na maglietta

è funuta sta guerra maledetta!

I mentre vulavene . . .   cantavane . . .

Apparecchie Americane sgancia bbombe i se ne va!

I  Nofre strillava, cu gliù cape sotte agliu truppede:

" vagliù nen ve muvete "!!!!                                             

           

           

 

 

 

GLI GIRASOLE NEN SO BUGIARDE

 

 

Gliu munne vagliù s'è cagnate, nen ce se capisce chiù niente;

c'è remaste sule da fà gli sparge arrete a Campedente,

nen fai a tempe a appiccià la televisione

ca nen ce trove mai na nutizia bona:

"Figlie quindicenne, accide la mamma i gliù padre,

po se spara 'ncape".

"Padre senza lavore, affoga la moglie dente a gliù lette,

po se spara na fucilata 'mpette".

Prete 'ncoppa all'audostrada,

vagliune che accidene la fidanzata,

chi si ietta dagliu quarte piane,

chi nen tè manche lu pane,

chi è nire, chi è bianche,

chi ietta lu sanghe,

chi capisce, chi è gnurante,

chi manna affangule tutte quante,

chi cammina forte, chi va chiane,

a chi scoppia na bomba ‘mmane,

chi s'affoga, chi s'empicca,

gente povera, gente ricca,

chi accide gliù nonne, chi gliù padre, chi gliù figlie,

chi se tegne gli capiglie,

chi è giovene, chi è vecchie,

chi nen ce sente dente alle recchie,

chi è bone, chi è malamente,

chi appiccia le salemente,

chi se magna stu munne i Raimunne,

chi nasce quadrate nen po murì tunne,

chi fa 'ngoppa alla torre antica,

chi se pulisce cu l'ortica,

alla via de gli Nevale, nu campe de girasole tutte 'ngazzate,

s'ave girate dalla parte sbagliata,

come se vulessere dì a tutte quante, state a ruinà stu munne,

"nuia nen seme bugiarde",

raddrizzate gli sentiere, prima che è troppe tarde.


 

Romano Filancia (Roccasecca), vive a Roccasecca. Insegna musica. Ha due raccolte di versi al suo attivo, pubblicate insieme a Aldo Iorio. (vedi Aldo Iorio) La sua poesia è molto stringata ma diretta: pochi versi per esprimere i propri pensieri, ma con grande forza.

 

 

 

FA CALLE, FA FRIDDE, CHIOVE

 

Aoh! So quatte iorne che fa nu caspita de calle

i la gente rompe sempre le palle: dichene

“fa calle, nen se respira, nen se move na foglia

né dente né fore la soglia”.

 

Aoh! So nu pare de iorne che nen fa chiù calle,

i la gente rompe sempre le palle: dichene

“fa fridde, chiove, tira vente …”

ma che caspita è chesse nen sete mai cuntente!!!

nen ve va mai bone niente.

 

Ma iatevela a piglià 'nzaccoccia

mentre i me facce na doccia.

Ma se po sapé che tempe adda fa’,

iatevenne ne me facete 'ngazzà.

 

 

BUXIERE   PE  FAME

 

Tenghe na raia 'ncorpe,

me la piglie cu te ma nen te cunosche.

Vede sa faccia chiena de sanghe

sembra na maschera annascosa arrete a si guantune

ippure nen tenche nisciuna pietà pe te!

Nen posse dì fermamece, lassame perde,

staie alle corde, agliu spichele de gliù quadrate

e i cuntinue a tirà come a na bestia arraiata.

Te vede 'ndruntelà e i cuntinue a tirà cazzotte,

sente n'addore de vittoria che puzza de morte,

i la gente sotte a gliù ringhe n'è capite niente

i strilla sempre chiù forte pecché essa gli cazzotte nen gli sente.


 

 

Franco Colella e Vincenzo Minicilli, pur vivendo e lavorando da anni a Frosinone, hanno mantenuto un forte legame con il loro paese di origine: Casalvieri. Un amore che si è trasformato in disinteressato impegno per gli aspetti culturali della terra d’origine. Da qualche tempo hanno intrapreso un prezioso lavoro di ricerca e valorizzazione della produzione dialettale locale (strofe, rime, proverbi, poesie, etc.). Attualmente sono impegnati nel far conoscere ed apprezzare le poesie dialettali del maestro Lucchese, una collezione poetica ed espressiva a carattere popolare che attende l’autorizzazione dei familiari per una diffusione organica ed “ufficiale”.

 

 

   

 

 

 

 

 

Fulvio Cocuzzo (San Donato V. C.) professore di lettere presso il Liceo Classico di Sora, ha cominciato con il teatro scrivendo un dramma su “Chiavone: breve storia di un brigante sorano chiamato Luigi Alonzi”. Compone canzoni e scrive versi in dialetto sandonatese che canta e declama nei suoi spettacoli-monologo.

 

 

 

LA CHENFESSIONE DE PEPPINE

 

Peppine , è screpeluse , e  mo che s’ò sgravà 

Va loche a frà Venanzie pe farse  chenfessà .

“ Zi mò , i magne e m’abbuffe , de carne ,vine ,cace ,

Però vienghe alla fenzione , e a quesse steme a pace .

 

So sfatiate , gnerante , la femmena me piace ,

Ma me sente le predeche , e me remette a pace .

Cemente , iastime , sparle , e a scruccà n’zò da mene ,

Ma facce ca lemosena e sempre a pace steme .

 

Zi mò , sule na colpa  me remane spaciata :

Nepoteta Biascina , me la so rezelata” .

Se vota frà Venanzie : “ Vagliò , tu n’sì Peppine ,

 

Glie figlie della vedeva che sta aglie Macerine ?

Figliuolo , so vint’ianne , spere ca n’te despiace ,

Ch’i’ me rezele a mammeta ….Va , va , ca steme a pace ! “

 

 

 

 

CINQUANTA

 

Ve recurdate le gniostre e glie pennine ?

Ce pazziavate a muovermì , a ciccitte ?

Addonna iavate vu pe figurine ,

Loche Ammeriche o a Peppecianchitte ?

 

C’ive alle monache , a tutte le lettrine ?

La guardia comunale chi eva , Gitte ?

Glie si tenute tu glie carrezzine ?

Ianne cinquanta , savame vaglienitte ,

 

Che bella età , sempre mmiese alla via ,

Pezze aglie cure e scaveze glie piere ,

Deglie ianne apuò ne ne mpertava cria .

 

Mo steme nu a cinquanta , ..oie  glie penziere .

Ma , se guardame na fotografia

Chierreme glie occhie e, arò, me sembra ieri